Quando riceviamo un regalo, la prima cosa che facciamo è strappare via l’incarto per scoprire cosa si nasconde dietro quel superfluo strato di plastica o carta. E se invece l’involucro fosse parte della sorpresa o meglio ancora fosse più importante?

In Giappone,il paese in cui tutto può diventare poesia, l’arte di impacchettare e avvolgere nacque nell’epoca Nara (710-784) con lo scopo di proteggere oggetti di valore appartenenti ai membri della famiglia imperiale. Nel periodo Muromachi (1392-1573) si diffuse l’usanza di trasportare gli abiti puliti nei bagni pubblici avvolgendoli in delicati tessuti, evitando così di spargere i vestiti negli spogliatoi. Da qui, il nome ‘furoshiki’, unione delle due parole ‘furo’ (telo) e ‘shiki’ (stendere). Con il passare degli anni, questa pratica ha visto moltiplicare i propri utilizzi. Inizialmente fu adottata dai commercianti per impacchettare e trasportare merce; in seguito fu ripresa dai contadini per avvolgere i ‘Bento’, i tradizionali contenitori di cibo, offrendo loro un modo per conservare il pasto e una tovaglia su cui consumarlo. Infine l’ultimo upgrade: la conservazione dei ricercati ‘Kimono’. Il passaggio da una semplice esigenza pratica ad un elegante modo di incartare regali e omaggi, non richiese molto tempo; ma sebbene l’epoca del consumismo abbia oscurato per un lungo periodo l’antica arte del furoshiki, questa si ripresenta oggi come ecologico sostituto delle moderne buste in plastica.

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Piegando e annodando il tessuto si ottengono infinite varianti che soddisfano tre fondamentali e pratici utilizzi: shopper, packaging e baby wrapping. L’usanza di fasciare i bambini sta tornando molto di moda, le mamme di oggi, così come quelle dei nostri nonni, sanno bene che questo metodo consente di tranquillizzare i bambini quando sono particolarmente irrequieti, infatti avvolgendoli si da loro una percezione di stabilità corporea e di contenimento.

Il ministero per l’ambiente giapponese ne ha da poco incentivato l’utilizzo attraverso l’iniziativa battezzata “Mottainai Furoshiki”, il cui nome fa riferimento a una credenza buddista secondo la quale tutte le cose hanno un’anima, dunque gettarle o sprecarle significherebbe disprezzare la loro esistenza.

Beh, se disprezziamo l’esistenza delle buste di plastica, perché non cercare soluzioni alternative e poco a poco abbandonare l’abitudine al loro utilizzo? Avvicinarsi alla filosofia di quest’oggetto che incarna l’espressione massima della ‘wrapping culture’ giapponese, non significa soltanto scegliere consapevolmente di rispettare l’ambiente ma ritrovare la bellezza nei gesti semplici e quotidiani con fantasia e creatività.

Photo: Rakuten Global Market & Musubi London

 

Scelto da noi:

il furoshiki de labotanique

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Articolo tratto dalla rivista Art e Dossier – Edizione Giunti (Numero Novembre 2015) e scritto da Paola Scrolavezza

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